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La forza di Cristina tra Romania e Friuli in nome dell’amore: Zero Positivo, romanzo di Cristina Marginean Cocis (Messaggero Veneto 26.10.2016)

Esce il romanzo dell’insegnante Marginean Cocis. Le prove di una donna: dalla dittatura alla malattia

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di PAOLO MOSANGHINI

Una ragazza prigioniera tra i confini della Romania di Ceaucescu, la stessa donna diventata moglie e madre sarà ancora prigioniera, anni dopo, in una sala asettica di un ospedale per sfidare una malattia custodendo in grembo una nuova vita.

Dal regime alla speranza di una nuova vita in Italia, in Friuli, un sogno che diventa un incubo quando scopre di essere gravemente ammalata mentre è in attesa del secondo figlio, un maschietto.

Quella di Cristina Marginean Cocis è una storia che si legge tutta d’un fiato perché rapisce. È un vortice di emozioni che ti porta ad andare avanti, a rincorrere le pagine e a divorarle per scoprire una realtà per noi impensabile, come appunto la vita soffocata giorno per giorno nelle emozioni e nella quotidianità da una dittatura che espone al pericolo di disgregazione anche le stesse famiglie.

Attraverso le esperienze di Cristina – che nella lettura si vivono con intensità – si scopre così un’altra storia. Un’altra vita. E su questo ci si dovrebbe soffermare per capire e per immedesimarsi anche in coloro che non conosciamo ma giudichiamo per essere arrivati fin qui, volti e persone che non sappiamo a chi appartengano ma custodiscono uno scrigno di esperienze di vita che non è possibile conoscere. Cristina racconta, in un intreccio di sentimenti che in alcuni passaggi lascia senza respiro, la sua adolescenza in una città della Romania, il suo incontro e la frequentazione con famiglie di amici che poi diventeranno nemici. Riaffiorano le difficoltà di vivere un rapporto limpido con i suoi coetanei, emergono le diffidenze degli adulti, chiamati dalla dittatura a fare le spie, a indagare su ciò che fanno i vicini di casa, a origliare e a sorvegliare i dirimpettai di pianerottolo, fino a metterli nei guai e a farli spedire in un campo per i lavori forzati sul delta del Danubio, in località impossibili da raggiungere e dalle quali si fatica a tornare a casa propria vivi.

Ma l’autrice non si ferma e va alla ricerca del padre proprio in quei luoghi, l’amato genitore è finito nelle mani del regime. E come Cristina cerca l’uscita da quella stanza d’ospedale (in Friuli) dov’è rinchiusa per la “guerra” che il destino ha ingaggiato contro la malattia, così sempre lei in precedenza ha attraversato fino allo stremo le paludi, per liberarsi dal dolore che porta nel cuore, e riuscire a incontrare il padre. Nell’intimo custodisce i sentimenti e le sofferenze, l’amore e l’odio. Il lato “buono” della medaglia è rappresentato dagli affetti più cari, verso il padre, verso il figlio che porta in grembo, la figlia piccola, il marito. Le ombre da cancellare sono il terrore nei confronti del regime che svuota le teste e i cuori e la paura della malattia.

Nel percorso di vita e di crescita, l’autrice si pone domande, apre la sua cassaforte dei sentimenti, parla con se stessa per trovare un perché. Ma non da sola. Per rispondere a quesiti della vita troppo grandi per noi uomini, Cristina si aggrappa alla fede. Invoca Dio e sa che da Lui e solo attraverso di Lui riuscirà a vedere la luce che cerca. E non è solo un caso, è una scelta di vita. Il libro è autobiografico e lei, che da sempre ha fatto della fede il suo faro, è sposata con un sacerdote cattolico di rito bizantino, dall’amore con padre Joan ha avuto una figlia e – nel libro – è in procinto di diventare mamma per la seconda volta. Nascerà Victor, un bimbo allegro e pimpante.

Come ama una mamma che custodisce un figlio e guarda negli occhi la malattia ignorando che ne sarà di lei e del suo batuffolo? «Il suo è un caso raro», le dirà un medico. E come fa a superare ciò che appare insormontabile?

Come ama una figlia il proprio padre tradito da un amico per una piccola vendetta?

Come si amano gli amici figli di quell’uomo traditore? Come ama una donna che si sente in catene per la seconda volta e che si affida ai medici ma soprattutto a Dio?

Sogna per sé, per il padre, per i suoi figli, per la sua famiglia, un futuro a colori sgombro da momenti troppo bui. Cerca il padre fino alla sfinimento delle sue forze fisiche trascinandosi in mezzo all’acqua, ai rovi, alle piante per giorni e giorni nel delta del Danubio. Cerca di far vedere la luce con tutte le sue forze anche alla piccola creatura che protegge dentro di sé.

L’amore è travolgente, lo si respira. Ed è l’amore l’unica e vera medicina che Cristina sceglie per nutrirsi e superare ogni valico insormontabile fino ad arrivare al padre; sarà la forza dell’amore il suo farmaco per lasciarsi alle spalle un tunnel troppo buio, riottenere la salute per abbracciare ancora i suoi affetti più cari.

L’autobiografia di Cristina è un inno alla vita, è un grido di amore e di speranza, di sentimenti buoni.

La pozione magica per affrontare il mondo sono gli affetti, che danno tutto. Gli amori di famiglia sono l’arrivo e la partenza della nostra vita. Cristina l’ha capito, lo sa. Ce lo ricorda. Con l’amore e la vitalità che l’hanno aiutata a superare prove durissime.

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