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L’autrice del romanzo Zero Positivo, Cristina Marginean Cocis: Con sguardo di “presbytera”

Con sguardo di presbytera, sposa di presbitero cattolico di rito bizantino e madre di due bambini

 

di Cristina Marginean Cocis
autrice del romanzo Zero Positivo, Gaspari Editore, 2016 [Collana narrativa 10]
www.cristinamarginean.it

Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

Penso che il Natale sia l’Inizio per eccellenza, l’Inizio di tutti noi perché da quel momento in poi la nostra salvezza si è rivelata ed è diventata concreta: dall’apertura di quella porta, dalla presenza di quelle persone in grado di diffondere la notizia e parlare di quell’Evento. La conclusione intrinseca è proprio sotto i nostri occhi: dei miracoli si deve parlare! Dobbiamo parlare più che possiamo delle meraviglie che solo Dio può fare quando tutto sembra impossibile agli uomini.

Avevo 33 anni.

La vita brillava nei miei occhi e mi sentivo fortunata di vivere appieno le benedizioni che ricevevo gratuitamente, quando all’improvviso il cielo mi cadde addosso e mi resi conto che “nessuno mi aveva mai preparata a un dolore simile”.

Mi fu diagnosticata una leucemia acuta e fulminante, con minime possibilità di sopravvivenza e io ero incinta.

Il mio orizzonte divenne buio.

La prognosi era riservata e tutti si aspettavano il peggio per me e per il bambino nel mio grembo.

Poi la notte più buia della mia vita calò sulla mia stessa anima e mi lasciò un segno indelebile.

“Pensavo che l’incontro con il mio buio non sarebbe stato cosa facile, anzi, avevo paura che lì dentro avrei potuto perdermi.

Avevo presa la mia decisione e non c’era più via di ritorno. Avevo deciso di scendere e questa discesa, con tutto ciò che comportava, si doveva fare! Come?

A mani vuote?

Cominciavo a capire, o perlomeno a intuire, che non ero mai stata veramente sola e che il mio “zaino” era pieno di strumenti giusti sia per scendere che per risalire!

Ero diventata l’alpinista delle mie più profonde gole, la scalatrice dei più alti picchi di orgoglio e vanità, e per farlo avevo i miei veri punti di forza: la mia felice infanzia, le esperienze accumulate nella vita, l’amore che avevo ricevuto e dato e, soprattutto, avevo fede nel mio Dio.

Avevo la consapevolezza della Sua esistenza e lo sentivo sempre più vivo in me, più forte, a ogni pensiero doloroso che mi toccava l’anima, al tormento che il mio cervello generava, con ogni battito del cuore del mio bambino caldo e morbido e forte e presente e vero”.

È durante quelle ore interminabili che, le prime righe del libro scritto qualche anno dopo, si delinearono forse nella mente e continuarono a scorrere dentro di me fino a risalire verso il cuore…

Poi è facile: una volta raggiunto il cuore, ogni pensiero diventa diafano e spoglio di orgogli e superbie.

In seguito, scrivere è diventato una dolce attesa delle mie stesse emozioni, una tenera fatica per dare a loro le parole più adatte, quelle in grado di renderle concrete senza appesantirle.

Successe senza preavviso come un richiamo e mi ritrovai tra le mani una matita che piano si appoggiò sulla carta e cominciarono a scorrere parole che si spingevano verso il bagliore caldo della carta.

Tante di queste parole sono rivestite di suoni e di profumi che provengono da lontano e che insieme si prendono cura della continua realizzazione della mia identità.

Perché l’atto creatore ha le radici nella nostra stessa esistenza… direi che è la medesima rivelazione della nostra esistenza.

Ho trovato spesso nelle creazioni dei santi o degli artisti una specie di impegno, di fatica e di sforzo esemplare diventate per me successivamente delle vere e proprie guide utili lungo il cammino, durante la ricerca del divino e appunto di me stessa.

Attraverso tali opere artistiche o letterarie ho intuito una sorta di via, di modello da seguire o da evitare scoprendo in esse una bellezza sorprendente in grado di trasformare o, se vogliamo, di trasmutare le paure in progetti e i dubbi in risorse.

Sono convinta che le domande sul “perché di un libro” nascano prima di tutto nella stessa mente dello scrittore: avviene una specie di richiamo e nel farlo si avverte un senso di libertà scaturita dall’intimo che assolve, risolve, cura e opera fino nel profondo per arrivare alla sua anima.

Di solito, in seguito a un evento traumatico, lo scrittore, spesso inconsapevole delle sue doti, vive delle vere e proprie tensioni creatrici frutto di certe domande esistenziali che emergono libere e che hanno bisogno di essere concretate in parole autentiche con corpo e anima in grado di educare e temprare il suo stesso spirito messo alla dura prova.

E se in tutto questo lo scrittore riesce a convertire il timore della sofferenza riesaminata in amore verso le parole, il gioco di equilibri trasforma la fatica e la paura in ricerca, in analisi e, in fin dei conti, in libertà.

Tutto ciò che segue diventa paradossalmente facile perché si arriva al punto in cui subentra una specie di fiducia e ci si trova ad affidare alle parole l’arduo compito di diventare ponti che uniscono la dimensione dello spazio mentale alla dimensione dello spazio reale.

Ed ecco che l’amore verso le parole diventa l’unica strada percorribile per incontrare se stessi nella dimensione metafisica e teandrica della Parola stessa e inavvertitamente lo scrittore diventa solo uno strumento docile, un veicolo in grado di esprimere concretamente emozioni e stati d’animo vissuti.

Così ciò che si è ricevuto per tutta la vita attraverso la parola, viene ricambiato e il cerchio si chiude perché “non di solo pane vive l’uomo”.

Pubblicato suhttps://sites.google.com/site/liturgiadelquotidiano/numero-400—1-gennaio-2017-1/numero-400—1-gennaio-2017/cristina-marginean-cocis—con-sguardo-di-presbytera