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Cristina ospite alla “Lignano in fiore” col suo libro Zero Positivo

Per la 31° edizione della Festa di solidarietà Lignano in fiore 2017, Ivana Battaglia ha voluto ricordare il punto di partenza di questa festa, il nocciolo culturale e contenutistico profondo. La festa è nata nel ricordo di una bambina che aveva lasciato questo mondo a causa di una forma grave di leucemia. Dopo ben 31 anni è apparsa l’occasione di collegarsi tramite il libro Zero Positivo di Cristina Marginean Cocis, in persona, a raccontare i come e i perché di un miracolo. E’ stato Paolo Mosanghini, nota firma del Messaggero Veneto, a moderare l’incontro, divenuto con naturalezza un altro momento di dialogo e di approfondimento di diversi temi presenti nel romanzo. Ricordiamo l’imprevedibilità della vita, la bellezza della vita, la sofferenza, il come affrontare notizie fulminanti a ciel sereno, il rapporto con un Dio Padre e non un Dio punitivo, causa del male nel mondo. Poi il ricordo di un padre che ha saputo testimoniare i valori della vita a sua figlia, lasciandole un ricordo edificante. Il regime di Ceausescu, aspetti poco conosciuti. Com’era questa realtà negli occhi e nel cuore di una bambina. Le amicizie. Le paure, I tradimenti. La povertà spirituale, intellettuale, culturale e materiale. La fame. Ma, dall’assenza di tante cose nasce il desiderio, la volontà di farcela, ii sogni, la fantasia.
Con entusiasmo Ivana Battaglia, fin dall’inizio ha accolto questo libro per il suo valore di cui vuole lasciarci una sintesi nella sua recensione. 
(La recensione sarà pubblicata nei prossimi giorni su un giornale e metteremo qui il collegamento).

L’inizio della recensione di Ivana Battaglia, in attesa della sua pubblicazione integrale 
Zero Positivo, romanzo di Cristina Marginean Cocis [Gaspari 2016]

 Nella vita ho avuto la fortuna di fare per quasi quarant’anni quello che considero uno dei mestieri più belli del mondo: la bibliotecaria. E quando mi capita d’incontrare un libro come questo, e la persona-autrice che si intuisce nell’ordito della sua scrittura, è come la scoperta di un punto-luce che non posso tenere per me, ma devo assolutamente condividere con qualcuno. Forse anche egoisticamente per ritrovare ancora la felicità che mi hanno regalato le persone, quando tornavano a restituirmi il libro che avevo loro consigliato, dicendomi: «Ti ringrazio Ivana. Era bellissimo. Mi ha fatto bene. Dammene un altro che somigli a questo».

Purtroppo non ne ho incontrati molti, in questo periodo, di libri così; un libro che sembra scritto mentre il sole batte sulla pagina, anche se nasce nel cuore delle tenebre di una malattia. Un libro capace di catturare sensi e anima per la forza della scrittura, per la limpidezza di una parola ancora vergine, intatta, non logorata dall’uso, perché parola nuova, conquistata (la lingua nativa dell’autrice è il romeno); parola che si dilata ai limiti delle sue possibilità espressive (poi c’è la poesia) e s’innalza al punto da frantumarsi in mille dissolvenze di colori e di significanze.

E, in effetti, Zero Positivo è il racconto del nuovo, di una nascita (o meglio) di una ri-nascita alla vita, che si compie con un percorso interiore dell’autrice nel momento più doloroso dell’esistenza: l’attraversamento della foresta oscura della malattia (leucemia acuta fulminante, fra le peggiori) e la contemporanea elaborazione della memoria come avvolgente orizzonte d’identità, a risarcire l’assenza di prospettiva causata dallo sprofondamento nel non-senso paralizzante dell’annuncio inesorabile della prossimità della morte.

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Il libro è tuttavia solare, vitale, sorridente, mentre si legge gli occhi e il cuore fioriti di meraviglia e d’incanto. E l’incanto afferra il lettore già dalle prime pagine, e lo sfiora con la carezza di una natura meravigliosa, panteisticamente animata d’immenso: uno splendido campo di papaveri e spighe.

Dalla povertà del silenzio alla sapienza linguistica

Come scrive Silvia Stucchi dell’Università Cattolica di Milano: «la scrittura di Cristina ha valori forse più poetici che meramente narrativi: questi sono la peculiarità e la forza di “Zero Positivo”, un libro raffinato e in cui bisogna entrare con calma e pazienza: queste pagine possono, infatti, essere ardue all’inizio, per la ricerca d’immagini non scontate e per lo scavo nelle possibilità di una lingua che, va ricordato, non è per l’autrice la lingua materna».

La malattia e l’ospedale 

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Padre – orizzonte di senso/Attraversamento del deserto – mancanza di prospettiva

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Sentimento del dolore

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 Bellezza e danza della piuma

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 Valore del corpo

 La letteratura rumena sul tempo di Ceausescu ha quale costante la narrazione di corpi – soprattutto femminili – negati, mortificati, sviliti. Campagne demografiche (all’insegna delirante che «il feto è dello Stato») che obbligavano le donne a partorire cinque figli. Eppure i generi alimentari di base erano insufficienti. In assenza di anticoncezionali le donne abortivano solo illegalmente e finivano nelle mani dei ciarlatani. Moltissimi i bambini indesiderati che diventavano “figli dello stato” a riempire orfanotrofi-lager, da cui venivano attinti gli agenti della terribile Securitate che spiavano i più intimi recessi della vita delle persone. Anche l’intimità era in qualche modo statalizzata: nelle fabbriche c’erano “guardie “mestruali” per il controllo di eventuali gravidanze.

Racconta Herta Muller nella sua biografia-intervista La mia patria era un seme di mela: «Nonostante tutte le costrizioni la sessualità rimaneva piuttosto libera. Era quasi l’unica cosa che si potesse fare con il desiderio. Uffici non riscaldati, blackout elettrici, cori patriottici all’autoparlante, cibo cattivo, sedute noiosissime e controllo politico non rendono le persone frigide ma affamate di sentimenti personali. L’erotismo era una compensazione per tutte le libertà mancanti. Penso che tutte le condizioni esterne partecipino ai sentimenti, tutti noi portiamo anche nell’amore il modello della dittatura».
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Per contrario, ancora una volta l’autrice regala ai suoi lettori una purissima straordinaria riflessione sul valore e sul senso profondo della dimensione del corpo e dell’amore: «Lo guardavo come si fa con un amico che non si vede da tempo. Il corpo umano, meravigliosamente immagine e somiglianza di Dio. Perché si dice che il corpo, la carne, imprigioni lo spirito? Dio non ce l’ha dato per tenerci prigionieri. Che brutto scherzo sarebbe da parte di un Padre. Dare ai propri figli il dono della vita, per viverla da prigionieri. Chi avrà attribuito una cosa del genere a Dio? Tante domande e una lieve a presente sensazione di gratitudine. Bizzarro questo senso di gratitudine per il mio corpo, per quel pezzo di carne che mi trovavo addosso all’anima. Grata, sì. La mia carne era il tramite più affidabile e più diretto per le mie emozioni, custode e mediatore delle più intime e più speciali sensazioni. In definitiva, tramite questo involucro, che tanti considerano cenere o carcassa, ci viene permessa l’eternità. Perché l’amore non è altro. E che duri un secondo, un giorno o una vita, l’amore si chiamerà comunque eternità. Non è il corpo che viene nobilitato dallo spirito: è esso che permette allo spirito di sollevarsi e di ritrovarsi, di riscoprirsi attraverso le sensazioni e le emozioni, che viviamo proprio perché c’è la carne. Questo intermediario tra noi e Dio è un dono e non una prigione, la carne non è debole, non è inutile; è il nostro modo più bello di toccare davvero Dio».
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