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L’Argonauta. Un blog di Antonio Buozzi: Tra passato e futuro c’è tutta l’algebra della vita

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01 agosto 2017

 Tra passato e futuro c’è tutta l’algebra della vita

Alle volte la linea di confine tra letteratura e vita è talmente sottile da sfumare nell’impercettibile. Altre volte è perfino più verosimile la finzione rispetto alla realtà. Cristina Marginean Cocis, romena di Timisoara ma italiana di adozione, ha da poco esordito con un libro autobiografico Zero positivo (editore Gaspari) che racconta il suo incontro, fulminante e inaspettato, con la malattia, una forma acuta di leucemia mieloide, sopravvenuta a 33 anni e al quinto mese di gravidanza del secondo figlio. Un libro che non è solo la cronaca di questo evento, ma un manuale di sopravvivenza, una grammatica delle forze interiori e nascoste che un’esistenza a rischio mette in campo per provare a vincere la partita: non tanto con la malattia, ma piuttosto con se stessa, con il suo passato e il suo futuro.

Ho incontrato Cristina a Udine, dove abita, in un pomeriggio ventoso di luglio, con la curiosità di sapere quanto c’era di autobiografico nel romanzo. Quello che segue è il suo racconto.

«I fatti sono successi nel 2009. Avevo trentatré anni ed ero alla venticinquesima settimana di gravidanza del secondo figlio. Gli avevo già dato un nome: Victor. All’ospedale di Udine per un normale controllo, il primario mi fa chiamare: “ma che sintomi ha?” mi chiede a bruciapelo. Lo guardo stupita: che cosa avrei dovuto dire? Lui riprende: ”i valori del sangue sono tutti fuori fase…” Mi fanno un ulteriore esame e c’è la conferma: il 95% del midollo è malato, si tratta di una leucemia promieloicitica acuta, una forma grave e molto aggressiva. Potrei avere pochi giorni di vita, aggiungono. Si può immaginare come mi sia crollato addosso il mondo: stavo bene, non avevo sintomi, erano esami di routine perché ero in gravidanza. E scopro che sono vicina alla morte, io insieme a mio figlio… In ospedale non avevano mai avuto un caso simile in gravidanza. Fare la chemioterapia era estremamente rischioso per il feto, e se lui muore muori anche tu. Alla sera il primario ha un’idea: invertire il secondo ciclo di chemio con il primo per diminuirne l’impatto tossico. Supero i primi giorni, anche se l’impatto della chemio è terribile. Una sofferenza acuita dall’isolamento, dal non poter vedere nessuno, tranne mio marito con il volto coperto da una mascherina. Ma le cure hanno effetto. Dopo 55 giorni mi dicono che è possibile fare il cesareo: ce l’ho fatta, mi dico, almeno la vita di mia figlio sarà messa in salvo. Victor nasce alla trentunesima settimana, con due mesi di anticipo. Dopo sei mesi di ospedalizzazione il midollo è completamente ripristinato e posso tornare a casa, dove continuerò periodicamente altri cicli di chemio e relativi esami di controllo».

 

 

E com’è nata l’idea del libro?

«L’ho iniziato nel 2012. Avevo preso l’abitudine di scrivere: un’amica psicologa me l’aveva consigliato per liberarmi delle ansie e delle paure che si erano annidate in me durante la malattia. E’ stato un periodo difficile: facevo fatica a socializzare, uscivo solo per andare in biblioteca e con gli amici parlavo al telefono. Ho poi cominciato a condividere questi testi con mio marito che mi ha incoraggiato a continuare ».

Così Cristina inizia l’esercizio del ricordo, ma non solo della malattia. Il senso profondo del libro, la sua originalità, riguarda proprio questa memoria di se stessa che abbraccia tutta la vita e diventa la forza per andare avanti, perché il presente è sempre la somma algebrica di quello che abbiamo vissuto (o non vissuto) con quello che vorremmo ancora vivere o far vivere. Ecco, allora, il rievocare, nel letto d’ospedale, i ricordi dell’infanzia in Romania, la riattualizzazione, in particolare, della figura del padre e delle sue sofferenze a causa di una delle tante incarcerazione arbitrarie da parte del regime comunista. In questo viaggio a ritroso, Cristina riscopre un comune destino proprio con il padre: quello di una vita che deve nascere a tutti costi, che sia in un letto di ospedale o durante e dopo una prigionia.

«In quel periodo pensavo spesso a mio padre e alla sua durissima detenzione. I miei vivevano a Timisoara e la mamma era in attesa del primo figlio quando una notte venne prelevato dagli agenti della Securitate e, dopo un processo sommario, condannato a tre anni di reclusione. Le accuse, apparentemente legali, erano stati ricostruite attraverso false testimonianze: il problema vero era una sua fuga dalla Romania a metà degli anni Sessanta, e il regime non dimentica. Così venne incarcerato e torturato perché facesse il nome di altri complici, per allargare la macchia dell’infamia. Ma lui si oppose e, per questo, lo condannarono ai lavori forzati in un campo sul delta del Danubio, a mollo tutto il giorno nelle paludi per tagliare canne, con la morte che falcidiava i meno robusti. Eppure trovò la forza di resistere…»

 

Una forza che nasce da un desiderio vitale, la “paternità”, e che diventa, come per te la maternità nella malattia, un approdo di salvezza…

«Sì, il libro in fondo parla delle nostre radici e di come, da esse si dispieghi il futuro: un figlio nasce quando non solo la madre, ma anche il padre hanno un desiderio profondo di procrearlo. Per la madre è un fatto naturale, ma per il padre no, la decisione deve maturare da una scelta. Alle volte penso che il mondo finirà quando non ci sarà più un padre che lo desideri a tal punto da esser disposto a dare la vita per il proprio figlio».