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L’’attesa delle attese’ (intervista a cura di Giusy Capone)

Zero è l’unico numero reale né positivo né negativo; positivo esprime un giudizio di merito certamente costruttivo.

Ci svela la ragione d’un titolo tanto enigmatico, affascinante ed evocativo?

Il titolo “Zero Positivo” è stato ispirato al mio gruppo sanguigno ma, oltre a questa spiegazione di facile comprensione, sta una scelta più profonda. Lo zero è per antonomasia “il niente”, “il vuoto” o forse “l’assenza” che si spiega da sé. In questo libro si tratta di un’assenza importante, cioè l’assenza della salute, del benessere. La frustrazione diventa notevole man mano che la narrazione si dispiega perché trovandosi in questa situazione ci si sente defraudato della più basilare necessità della vita, quella che assicura la spensieratezza dei giorni e allo stesso tempo dona decenza e autonomia alla propria esistenza. Paradossalmente, la protagonista del romanzo considera quest’assenza una sorta di opportunità che la aiuta ad aprire scenari validi per la ricostruzione della memoria personale in grado di ricondurla, infine, a riscoprire il proprio Io. Nella scelta di questo titolo, pensavo alla forma stessa di questa cifra che diventa nella sua rotondità uno spazio accogliente per le domande più difficili che insorgono nella sofferenza e nelle avversità. Per come la vedo io, lo zero è l’unica cifra senza quantità che se accolta da un numero qualsiasi, aumenta in modo esponenziale il suo valore, 10, 100, 1000, infinite volte: si dona ed elargisce il suo ritmo, la sua prospettiva. Questo libro è il racconto del mio momento zero, è il mio attimo di vuoto, è la mia grande prova diventata esperienza positiva. Perché così come lo zero coincide convenzionalmente con l’origine, allo stesso modo questa prova ha edificato in me una visione positiva della mia storia, della vita stessa.

La sua è una narrazione autobiografica, in cui la “bambina della foresta” è messa a dura prova dalla dittatura di Ceaușescu e dall’angoscia procurata dalla Securitate; un “sistema” che imponeva l’uso di poche e ben scelte parole, che riduceva la quantità di libri disponibili, tanto da essere reputati merce di contrabbando. Quanto sono per lei in relazione il concetto di libertà e di parola, medium di libera espressione del proprio pensiero e della propria coscienza?

È da dire che sono nata in una Romania che attraversava un periodo di povertà materiale e intellettuale imposta da un regime totalitario di triste memoria. Forse, per me, quella povertà è stata, come dice David Maria Turoldo, “vera placenta di tutti i valori” perché mi ha rivelato l’animo umano nudo, mancante, bisognoso dei doni mirabili e insostituibili che provengono dalla cultura, mendicante di autonomia nell’esercizio della prossimità con gli altri esseri umani, assettato di libertà di parola. Sperimentando questo tipo di struttura sociale in cui si praticava la censura, sin dalla prima infanzia si accese in me la passione per le parole e la loro inestimabile forza. Ho imparato allora che le mutilazioni linguistiche sono spaventose e feriscono in profondità poiché la sensazione di perdita che si risente è incommensurabile, come se venisse meno un bene accumulato nel tempo, con fatica, come se venisse toccata la memoria storica di un popolo intero. Capii, così, che la lingua non è solo uno strumento per comunicare è linfa vitale, l’unica che può esprimere l’incomunicabile. Ho imparato che, allo stesso modo, la lingua può essere usata anche per oscurare un pensiero, che esiste una magia, non solo delle parole, ma anche delle lettere, dei suoni, delle sillabe e che essa può costruire o distruggere il mondo! Allora nacque in me l’idea che non ci può essere benessere senza una certa libertà delle parole perché il modo in cui utilizziamo le parole ci tocca veramente, a livello fisico con delle conseguenze sensibili su tutti i piani della vita.

“La parola morte aveva preso forma concreta perché era stata pronunciata”: lei procede fieramente vitale, affatto annullata o annientata da una diagnosi che lascia scarse speranze quale la leucemia promielocitica acuta. In un percorso soterico riesce ad accogliere e riconciliarsi con la tragedia della malattia. In qual misura la mistica cristiana l’ha sostenuta e supportata?

Parlavo prima dell’assenza come “luogo” in cui si possono ritrovare le giuste energie per ripartire, “spazio” in cui resettare le dinamiche della propria vita. Paradossalmente, nel momento zero della mia vita, ho ripensato all’assenza più importante del mondo, quella da cui siamo ripartiti azzerando le nostre mancanze e i nostri limiti, edificando un mondo nuovo: l’assenza di Gesù nella tomba. Indubbiamente, il ritrovamento della tomba vuota ha riempito di speranza e di gioia i cuori delle prime persone che hanno testimoniato la risurrezione e continua a farlo ancora e ancora. Questo miracolo compiuto nell’ottica del sacrificio gratuito senza pretese di restituzione o corrispondenza, ha risolto anche il mio “vuoto” dando un senso alla mia vita che da lì in poi poteva solo cambiare in un modo o in un altro. In questo senso la fede mi ha mostrato la via o, se vogliamo, mi ha rivelato la realtà dal punto di vista della risurrezione liberandomi dal peso della paura ma non per combattere la malattia ma per non perdere la mia identità tra le lenzuola sterili d’ospedale. Ecco perché questo libro è anche un romanzo di formazione, una sorta di attraversamento, un rito di passaggio o perché no, una versione poetica della metafora fondante della ricerca del padre: quel retrocedere avanzando (di cui parla Kierkegaard) che ciascuno di noi è chiamato a compiere per elaborare la dimensione generativa dell’eredità. Essere figli è un dato biologico – dice lo psicanalista Recalcati – ma diventare eredi – nel senso morale, etico, valoriale dei lasciti migliori dei propri genitori – è il compimento della nascita.Ereditare non è solo ricevere un senso del mondo, ma è anche la possibilità di aprire nuovi mondi di senso.

Ecco perché questo doloroso ma bellissimo viaggio nella carne viva dell’anima si doveva fare all’insegna dei valori fondanti della nostra civiltà, i valori cristiani.

Si ritiene che il presente sia la somma algebrica di ciò che abbiamo vissuto, o non vissuto, con ciò che si vorrebbe ancora vivere o far vivere. Lei pratica l’esercizio del ricordo e, vivendo il presente, riesce a colmare lo iato tra ciò che è stato, suo padre, la Romania, e ciò che è, suo figlio Victor, l’Italia.

Quale valore attribuisce alle radici? È da esse che si dispiega il futuro?

La mia formazione umana e professionale è avvenuta in gran parte in Romania. Io sono principalmente quella terra e quello spirito. In questi 19 anni di residenza in Italia, naturalmente e senza forzature, la mia persona si è arricchita dell’aria, dell’acqua e del sole italiano, dei rapporti interumani e delle opportunità che qui ho ricevuto ed ecco che il mio essere sinergicamente diventa terra romena bagnata e fertilizzata dal filone italiano.

Il testo di questo romanzo è stato scritto, in italiano, con tutto il pathos e l’espressività linguistica di questa meravigliosa lingua. Così l’italiano è diventato, attraverso questo libro, un luogo di ritrovamento del mio più autentico essere e luogo stabile del mio futuro.

“Per vivere si ha bisogno di una ragione valida e di una motivazione superiore alle cose passeggere”. Ha un messaggio etico per i suoi lettori?

Il messaggio etico è celato tra le pagine di questo romanzo. Per certi aspetti, questo libro ne racchiude vari messaggi e sono tutti da cercare, interpretare, mettere in dubbio, commentare o criticare da ogni mente che legge, da ogni cuore che si apre davanti a qualche espressione inattesa o un passaggio poetico. Vi invito, allora, a leggere questo libro senza fretta e di accogliere tra tutti, il messaggio a me più caro: imparare come ha fatto la protagonista del romanzo, di saper distillare il dolore in lacrime preziose, di senso per non rischiare l’annientamento dell’identità in distruttive metastasi morali. Saper perdonare è la cosa più difficile del mondo, ma essere persone, nascere pienamente alla vita, passa anche e soprattutto da qui. È l’insegnamento – nel senso di eredità– testimoniato dalla figura del padre in questo romanzo: saper abbracciare le tenebre che ristagnano dentro di noi.

Cristina Marginean Cocis

Fonte: https://giusycapone.home.blog/2019/10/13/lattesa-delle-attese/?fbclid=IwAR3zWrOmpCcmfs8GozJYTvxBI3QOU7ioZc_EtiJvlDQTn4YK2Ls0wSTtTUQ
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