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Capitolo 2

La stanza d’ospedale è buia e calda. Fa veramente tanto caldo. Tiro fuori una gamba sperando di trovare un po’ di refrigerio… che gesto inutile. Il pancione è sempre più ingombrante e l’ago-cannula che mi hanno messo nel braccio mi fa ancora male. Guardo attentamente il braccio e vedo, tenendo ben aperti gli occhi, una macchia violacea che copre una parte importante della mia pelle. La notizia della mia malattia è fresca, così fresca che mi terrorizza, mi toglie il respiro, e l’angoscia che sento quasi mi ferma il cuore. Il bambino si muove! Mi hanno chiesto il suo nome… Poverino. Come si chiama? Cerco tra i pensieri quello più caro e bello, per ricordarmi come si chiami veramente il mio pulcino e quello che intravedo è soltanto una strada, la linea bianca della mezzeria; sento il brusio del motore.

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La strada scorreva sotto le ruote dell’auto e i giunti del viadotto producevano un rumore ritmico ogni volta che le ruote le toccavano… Sembrava che il tempo del nostro viaggio fosse scandito dalla loro frequenza. Ioana guardava fuori con lo sguardo perso tra le nuvole alte. La musica della radio riempiva il silenzio, ci univa nel sognare mentre guardavamo il paesaggio semplice ma suggestivo delle montagne friulane. Le vette mi sembravano dita tese verso il cielo nello sforzo di toccarlo, di sottrargli l’infinito. Ioana, pensavo, è abbastanza grande con i suoi quattro anni per capire che la mia gravidanza è un evento meraviglioso, e mi piaceva parlare con lei del fratellino in arrivo. Rompendo il silenzio incantato del viaggio, le chiedo: «Ioana, dimmi, come vuoi che si chiami tuo fratellino?».
Calma e ancora sognante, lei risponde semplicemente: «Victor».
La strada si allunga tra i ricordi e la seguo con lo sguardo della memoria, senza lasciare che la linea bianca sparisca nella nebbia della paura. Mi dico: «I ricordi mi terranno compagnia in queste notti buie. Loro mi ricorderanno chi sono».
E la strada si allarga di nuovo, e il rombo del motore penetra nuovamente tra i miei pensieri.

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La porta della stanza si apre piano. Cerco di tenere gli occhi chiusi per non perdere il filo dei ricordi. Impossibile. L’infermiera mi tocca dolcemente chiedendomi come mi senta. La guardo ma riesco a vedere solo i suoi occhi. La mascherina verde le copre gran parte del volto. Ha lo sguardo calmo e femminile. Penso che, qualora non lo sia ancora, sarà una brava mamma. Mi chiede di Victor e mi dice che dovrà prelevarmi un po’ di sangue. Preparo il braccio, ma lei si siede sul letto e mi prende la mano. Mi guarda, stavolta con occhi pieni di mille sottintesi, e mi fa capire che sono nei guai. Dalla porta socchiusa entra un cono di luce; viene da fuori e illumina. Mi parla sottovoce, mi dice che stanotte sarà lei di guardia. Continua a tenermi la mano. La sua è fredda e magra. Mille domande mi assalgono ma si fermano in gola: riesco soltanto a guardare i suoi occhi caldi. La sua umanità, il suo non fermarsi al solo dovere, mi rassicura. Mi dice: «I valori del sangue sono sballati.» «Non ti devi spaventare,» aggiunge con dolcezza, «si dice che la volontà del paziente conti quanto la bravura del medico. Siamo qui per te. Di qualsiasi cosa avessi bisogno, chiamaci!».
Sento l’ago che penetra lentamente la parete della vena. Lascio che scorra il sangue e mi riapproprio dello spazio della notte! Penso: «Non c’è niente che possa produrre il buio; c’è un sole immenso che produce la luce… e allora, perché aver paura? Il buio fugge intimorito davanti alla luce e si rifugia nelle nostre paure, gli facciamo spazio nelle fessure dell’anima, forse nelle mancanze, nei difetti, nei limiti; o forse, al contrario, nei nostri punti di forza, quelli che alimentano in modo subdolo il nostro orgoglio, nelle qualità e nella forza che pensiamo di avere nel libero arbitrio».
Canticchio piano il verso di una canzone sentita non so dove: “Il mio cuore è nero come un minatore nella valle ma canto nel buio affinché risorga il sole”… «E Dio disse: “Sia la luce”, e la luce fu!».
Ricordo che quella notte mi sono spolverata l’anima cercando di arrivare al più presto alla vera Cristina, a me, quella dimenticata tra pensieri inutili e preoccupazioni, tra sterili sensi di colpa e voglia di arrivare e, cercando, cercando, mi sono calata nella “foresta incantata”, nel buio dell’anima, sperando di trovare lì, nel profondo, nel mio mondo oscuro, la forza di scoprire la modalità per risorgere. Quella notte ho tentato di costruire un piano di battaglia, di mettere a punto strategie di attacco e di difesa, di trovare energie mai usate prima e di tirare fuori le unghie per aggrapparmi alla vita. E, tra tutti questi umani e limitati sforzi che la mente cercava di plasmare, sopraggiungeva – delicato all’inizio, poi sempre più forte, più chiaro e più importante di tutti – il pensiero generato dal cuore della piccola vita che dormiva tranquilla dentro di me, fragile, dolce e pura. Ho cominciato a scavare sempre più giù per arrivare al buio più profondo. Pensavo che l’incontro con il mio buio non sarebbe stata cosa facile, anzi, avevo paura che lì dentro avrei potuto perdermi, ma la mia decisione era presa e non c’era più via di ritorno. Avevo deciso di scendere e questa discesa, con tutto ciò che comportava, si doveva fare! Ma come? A mani vuote? Cominciavo a capire, o almeno a intuire, che non ero mai stata sola e che il mio “zaino” era pieno degli strumenti giusti sia per scendere sia per risalire! Ero diventata l’alpinista delle mie gole profonde, la scalatrice dei più alti picchi di orgoglio e vanità, e per farlo avevo i miei veri punti di forza: la mia felice infanzia, le esperienze accumulate nella vita, l’amore che avevo ricevuto e dato e, soprattutto, avevo fede nel mio Dio. Avevo la consapevolezza della Sua esistenza e lo sentivo sempre più vivo in me, più forte a ogni pensiero doloroso che mi toccava l’anima, al tormento che il mio cervello generava con ogni battito del cuore del mio bambino caldo e morbido e forte e presente e vero. Perché, nell’esperienza che stavo attraversando, tutti i pensieri, le esperienze e le emozioni erano esageratamente intense ed eccessivamente lancinanti… L’unica cosa vera e reale che continuava a esistere, con la sua genuina presenza, era il mio bambino.