ZERO POSITIVO

La giovane donna di questo romanzo autobiografico, trova la forza di combattere in nome della vita che porta in grembo. È un percorso che piano piano cresce in intensità, energia e luce; un messaggio che acquista man mano sempre maggior potenza fino a divenire un liberatorio inno alla vita.

 

Il romanzo

La giovane protagonista di questo romanzo autobiografico si trova a dover affrontare una diagnosi terribile di fronte alla quale non ha alternative: dovrà trovare la forza per resistere al profondo sconforto e combattere il male oscuro che la sta consumando in nome della giovane vita che porta in grembo. Recupererà il ricordo dell’esperienza terribile del padre, che aveva dovuto trovare la forza di resistere e proteggere la propria famiglia e l’amore per essa dalla violenza della dittatura di Ceausescu.
Un percorso che piano piano cresce in intensità, energia e luce, grazie alla forza dei ricordi e delle esperienze del proprio passato. Il messaggio acquista man mano sempre maggior potenza fino a divenire un inno gioioso alla vita che sta per nascere.

Editore: Gaspari Editore
Collana: Narrativa Gaspari 10
Dimensioni: 14 x 21 cm
Pagine: 288
Prezzo: € 16,00
ISBN: 978-88-7541-489-4

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Book trailer

Grazie all’aiuto di Backfilm Productions di G.P. Nadalutti per la realizzazione su un’idea di Roberto M. assieme all’Autrice e ad Emanuele Sergi per il montaggio e post-produzione. Buona visione.

Cristina Marginean Cocis

Insegnante, mediatrice culturale e linguistica, ha collaborato con l’Università di Udine presso la Sezione di Lingua e Letteratura Romena.

Ho la sensazione che la prima parola pronunciata da mia madre al momento della mia nascita mi abbia affascinato… probabilmente, in seguito, le sue parole cantate mi hanno cullata fino a diventare carne. Ho capito poi che, tra i doni a noi elargiti con generosità dal principio, c’era uno inestimabile per quantità e soprattutto per qualità: quante parole possiamo ‘possedere’ nell’arco di una vita?
Verso i dieci anni ero convita che nessuno si poteva considerare povero se in possesso di parole, tante parole. Il sistema dittatoriale in Romania nel ‘86 ne utilizzava poche e ben scelte. I libri si trovavano in quantità così ridotte da essere considerati merce di contrabbando per non dire che certe opere si potevano leggere solo di nascosto. Probabilmente è allora che misi in relazione alla libertà il concetto di “parola” frutto di un pensiero indipendente ed espressa senza paura.
Con la caduta del regime si aprì per me l’opportunità di frequentare la Scuola Normale “Eftimie Murgu” di Timisoara, la mia città natale. Forse mi ritrovai un po’ impacciata tra parole che potevo utilizzare in libertà, avida di coglierne bene la ricchezza, la loro potenza. Il liceo mi diede una professione e diventai maestra. A 18 anni ero in cattedra per fare il ‘lavoro dei lavori’: insegnare ai bambini, aiutarli a costruire ali per spiccare il volo: al posto delle piume servivano loro parole.
Intorno ai 23 anni, la vita mi lasciò letteralmente senza parole: ricevetti una borsa di studio presso l’Università degli Studi di Udine e mi ritrovai in un paese straniero, dove le parole non erano più mie. Inquietante il tipo di povertà che sperimentavo: essere “obbligati” ad utilizzare solo frasi brevi e sintetiche. Così, spoglia della mia forza comunicativa e impoverita fino all’estremo, tanto da considerare la nuova lingua tanto lontana da non riuscire nemmeno a pregare con le sue parole, decisi di ricostruire il mio “universo interiore”. La lingua madre e le altre lingue che conoscevo mi avrebbero assicurato la struttura logico-grammaticale e invece l’amore per la musica mi avrebbe aiutato a portare la lingua italiana in prossimità del cuore. Ricordo con emozione la prima lezione di Linguistica Generale: la professoressa Teresa Ferro dell’Università di Udine esordì parlando della musicalità delle lingue neolatine. Disse che la musicalità della lingua italiana era sostenuta dal numero elevato di vocali presenti tra le consonanti che formano le parole, in particolare la ‘a’ e la ‘o’. Sorrisi. Era questo l’aggancio alla mia mente. Da quel momento non mi allontanai più da Teresa, grata di avere l’onore di lavorare a “quattro mani” con lei. Si creò un legame autentico e vero di stima reciproca e collaborazione continua.
Era l’autunno del 1999 e sentivo il gusto dolce e amaro del guadagno nella perdita, della rinuncia in vista della ricompensa: costruire una nuova identità nel rispetto della cultura di origine e nella stima della cultura di accoglienza che a me si apriva e si donava con generosità. Accettai così di abbattere i muri che sostenevano certi orgogli e mi chinai sulla lingua “più musicale del mondo”.
Quell’inverno conobbi l’uomo che sarebbe diventato mio marito e imparai a ricevere quello che la vita mi offriva.
Nel 2000 mi laureai in Romania presso l’Universitatea de Vest di Timisoara, Facoltà di Storia e Lingua Inglese, e nel 2001 sposai Ioan. In seguito, lui fu ordinato sacerdote e mandato in missione a Udine. Tornai dunque nella città che mi aveva dato tanto da studentessa borsista, emozionata ed entusiasta. La condizione di avere un marito sacerdote cattolico di rito bizantino era particolare nel nuovo contesto, ma l’integrazione fu sostenuta dalla calda umanità della gente e dalla grande capacità di accoglienza di mons. Diego Armellini. Così, lasciai la carriera di docente di Storia e Lingua e Letteratura Inglese presso un noto Liceo di Timisoara e mi rimboccai le maniche. Nel 2004, sostenuta da padre Ioan, prof.ssa Teresa Ferro e mons. Diego Armellini, riuscii a laurearmi a Udine col massimo dei voti e la lode. Dopo la morte di don Diego, ci trovammo letteralmente per strada e tutto sembrava veramente disperato perché la data del parto si avvicinava e noi non avevamo un posto dignitoso dove ricevere il miracolo della vita. In quelle giornate disperate, la Provvidenza si concretizzò e conobbi colui che da allora non ha mai cessato di credere in me e di sostenermi, il notaio Paolo Alberto Amodio.
Nel 2005 nacque la nostra dolcissima figlia. In tutto quel periodo, accettai qualsiasi incarico e presto fui chiamata a fare il lavoro più edificante della mia vita professionale: ‘mediatore linguistico e culturale’. Cominciai, presso la Scuola di Formazione Professionale Civi.Form., a insegnare l’italiano agli stranieri ; mi rivedevo in loro, in quelli che come me erano rimasti poveri di parole. Sembrava il lavoro più bello del mondo e l’incontro con le culture dei miei alunni, straordinario e altamente formativo.
Nel 2007 ritornai alla prima passione e tornai a insegnare ai bambini della scuola primaria.
Nel 2009, mentre aspettavo il mio secondo figlio e mi preparavo alla conclusione del dottorato, affrontai ‘la’ prova della mia vita: una malattia grave e fulminante che mi costrinse a lottare per la sopravvivenza.
In queste condizioni, scopro il dolore e la sofferenza, sperimentando la solitudine dell’isolamento. Rinchiusa per vari mesi in una stanza sterile d’ospedale, faccio tesoro di tutte le emozioni: dalla disperazione alla speranza, dall’angoscia al coraggio, dalla tristezza alla gioia di vivere. Comincia per me un cammino di conversione a me stessa attraverso la fede. Tra dolori e solitudine forzata inizio a comporre nella mia mente quello che è oggi, a grandi linee, il contenuto del romanzo Zero Positivo.
Nel 2013 decido che le parole ‘stese sui muri della stanza interiore’ possono ormai riempire lo spazio bianco delle pagine di un libro, per diventare dichiaratamente speranza.

Zero Positivo

Introspezione

«Non ho paura di te!».
Questa frase, che il mio subconscio diceva sottovoce, diventava la mia dichiarazione di indipendenza!
Mi trovai a reagire allo spintone dell’ombra con un urto pieno di forza brusca.
Era il buio della mia paura, ed era questo il mio modo di lottare.
Il sogno mi liberava da ciò che, da sveglia, avevo stentato ad affrontare.
Il cuore batteva con forza; cercavo di aprire gli occhi per respirare un po’ di luce.

Amore

Il suo ritmo invadeva il mio e in noi risuonava la stessa musica. Rimanemmo così per qualche tempo, ubriachi di luce. Lentamente, la sua bocca si chinò in cerca della mia e si fece strada verso le mie labbra. Si appoggiò piano e si lasciò sprofondare nella mia morbidezza.
E mentre lui chiudeva gli occhi per cogliere l’intensità del momento, io li aprivo per non perderlo!
Piano e inaspettatamente i suoi occhi si adagiarono sulle mie pupille piene di lui. Bevevo a gocce l’amore.

Avventura

Padre Serafim si fermò e mi sistemò il fazzoletto bianco, in modo da coprire anche la bocca e lasciando scoperti solo gli occhi. I nostri passi, affondando nella sabbia, diventavano sempre più faticosi. Tenevamo le mani molto vicine al corpo, nel tentativo di non farci spazzar via dal vento, che ci si scagliava contro in turbini pieni di sabbia. «È vero», pensai, «è proprio vero… Quando vedi poco, gli altri sensi si acuiscono.»
Le mie orecchie percepivano, quasi plasticamente, la realtà circostante. Sentivo l’acqua sospinta dal vento e i rami dei salici e dei cespugli sulla riva.

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